Lo haiku. Un primo approccio estetico

Riproposta di un mio articolo pubblicato su New Espressione Libri n. 2/giugno 2014.

Alla parola “haiku” un numero sempre maggiore di persone associa oggi, quasi pacificamente, la definizione di un genere poetico di origine giapponese, composto da diciassette sillabe e tre versi (secondo lo schema 5-7-5) e derivato dal cosiddetto hokku 発句, la prima stanza di una forma letteraria più antica, a carattere collaborativo, detta renga 連歌 (“poesia legata”).
Pochi sanno, invece, che per comporre un buon haiku è necessario applicare altri canoni di forma e di “contenuto”, in primis la presenza di un riferimento stagionale o kigo 季語 (dal giapponese, letteralmente, “parola della stagione”), ossia quel termine/espressione che, direttamente od indirettamente, permetta di identificare il periodo dell’anno in cui lo scritto è stato composto o al quale il medesimo fa riferimento, come nell’opera che segue:

shiromomo ya tsubomi urumeru eda no sori

un pesco bianco:
la curva del ramo
rapita dai fiori

Ryūnosuke Akutagawa (1892-1927)

In questo caso, il periodo primaverile non è richiamato in maniera esplicita, ma attraverso la delicata immagine dei peschi in fiore, tipica del periodo che va da metà marzo a fine aprile.
È poi fondamentale che lo stesso scritto contempli, al proprio interno, uno stacco (kire 切れ) o una “cesura” atta a dividerlo in due emistichi (ku 句) distinti ma concettualmente interdipendenti, emistichi che tornano ad unità mediante un processo di giustapposizione tra immagini particolarmente caro a Matsuo Bashō (1644-1694) e alla sua Scuola di haiku, detta Shōmon (“Scuola di [Ba]shō”). Questo stacco, reso in giapponese attraverso l’uso di determinate parole-chiave dette kireji 切れ字 (“caratteri che tagliano”), trova rappresentazione, nel nostro lessico, grazie ad un accorto utilizzo della punteggiatura (in particolare, i due punti e la virgola), come nello scritto seguente, a mia firma:

odore di neve:
i primi pendolari
sulla banchina

La mancanza di un impianto rimico e di un titolo forniscono le ultime notazioni stilistiche per un genere che, sotto il profilo estetico-concettuale, è forse ancor più ricco e complesso.
Nel dizionario poetico di uno haijin 俳人 (lo “scrittore di haiku”), infatti, ricorrono con estrema frequenza termini come sabi 寂, wabi 侘, mono no aware 物の哀れ, karumi 軽み e yūgen 幽玄, solo per citarne alcuni.

Mentre sabi è espressione del fascino solitario e melanconico di ciò che è esposto allo scorrere inesorabile del tempo, a quella patina rustica e antica che simboleggia l’impermanenza della condizione umana e la sua fragilità, il principio del wabi incarna un modello di vita dove la frugalità e la semplicità divengono chiave per un’autentica comunione tra uomo e natura, in perfetta simbiosi con quel percorso di maturazione poetica che prende il nome di fūryū 風流 (letteralmente, “soffio del vento”).

Ancora diversa è poi l’estetica del mono no aware. Con tale espressione, infatti, s’intende far riferimento a tutte quelle manifestazione di emozionalità umana che spaziano dallo stupore e dalla meraviglia alla tristezza o malinconia, ossia la capacità di ciascun individuo-haijin di lasciarsi “attraversare” dalle cose del mondo, anche da quelle più semplici e, all’apparenza, scontate.
Un classico esempio di mono no aware può essere letto nello haiku che segue:

yasegaeru makeru na Issa kore ni ari

piccola ranocchia,
non mollare!
Issa è qui per te

Kobayashi Issa (1763-1828)

Karumi 軽み, derivato etimologico dell’aggettivo karoshi 軽し (“frivolo”, “insignificante”) è, invece, il carattere di leggerezza o “levità” dello haiku, ossia l’allontanamento da tutto ciò che è grave, stagnante e privo di naturalezza:

konoha chiru sakura wa karoshi hinokigasa

le foglie di ciliegio
scolorite, cadono lievi
sul cappello di cipresso

Matsuo Bashō (1644-1694)

Lo yūgen 幽玄 (“profondità e mistero”), infine, è principio estetico strettamente legato al wabi ed il cui scopo è quello di evocare sentimenti o sensazioni senza fare diretta menzione, ma attraverso sottili simbolismi, allusioni o immagini vivide e, al contempo, “indefinite”:

akikaze no fuki watari keri hito no kao

il vento autunnale
s’insinua tra le cose:
volti di uomini

Uejima Onitsura (1661-1738)

Chi si avvicina per la prima volta a questo affascinante genere poetico non deve, tuttavia, lasciarsi “impressionare” dalle regole e dai principi appena esposti, poiché lo haiku è, prima di ogni altra cosa, una “scintilla” di spontanea e naturale comunione con il mondo che ci circonda, un approccio vivo e sincero con se stessi e con “l’altro”, sia questo un uomo, un animale, un fiore. È, cioè, mezzo privilegiato per la comprensione di quella “verità poetica” (fūga no makoto 風雅の誠) che giace sopita in ciascuno di noi e che rappresenta, in ultima istanza, il vero volto dell’essere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *