L’ago del compasso

Lettura di uno haiku di Andreina Pilia, pubblicato all’interno del Gruppo di Studio sullo Haiku il 14 dicembre 2019.

In quest’opera, l’elemento che colpisce immediatamente il lettore è, naturalmente, la disposizione del testo (waritsuke 割付け). La circolarità del messaggio – qui enfatizzata dall’assenza di marcature segniche e, dunque, di un punto di partenza prestabilito – viene infatti esteriorizzata attraverso una sorta di ensō 円相 poetico che esalta il vuoto centrale, ossia il punto di convergenza dei singoli elementi che lo costituiscono. L’okra o gombo (okura オクラ) è una pianta originaria delle regioni tropicali e subtropicali (in Italia si trovano massicce coltivazioni soprattutto in Sicilia) che fornisce frutti molto nutrienti e dal gusto leggero; questi si sviluppano subito dopo la fioritura, che avviene in tarda primavera. Qui, ad ogni modo, il riferimento stagionale è ben definito: la piantina viene eradicata al sopraggiungere dell’inverno (fuyu 冬), ma non ci è dato sapere se per un travaso o perché inutile o malata. La sua sorte è avvolta nel mistero, esattamente come l’eco di un zengo no kire 前後の切れ primigenio che si amplifica esponenzialmente ad ogni lettura. Il carattere effimero e leggero del senso narrante viene rinforzato dall’espressione “parlo del vento”, che aggiunge grazia e orizzontalità al gesto di rimozione della pianta, che s’iscrive per contro in una verticalità quasi diaframmatica. I suoni ‘t’ e ‘r’ in ‘strappata’ ne rinsaldano la sensazione di durezza, ponendosi in contrapposizione alla vocale ‘o’, morbida e aperta.
Se la predetta circolarità del testo rende difficile ordinare le sue parti secondo una sequenzialità precisa (individuando così il ku iniziale e quello finale), le immagini giustapposte restano dunque le medesime: da un lato il messaggio affidato dall’autrice al vento, dall’altro la pianta di okra strappata. L’inverno funge invece da “elemento mobile”, agganciandosi ora alle parole della protagonista e ora all’acuto delle radici a seconda di come lo scritto viene letto, rivelando così due possibili esiti:

I.

all’inverno
parlo del vento –
la piantina dell’okra strappata

II.

parlo del vento –
la piantina dell’okra
strappata all’inverno

Il suo ruolo muta quindi sensibilmente, passando da interlocutore amorevole e privilegiato a minaccia incombente per il microsistema rappresentato. La partecipazione emotiva (kokoro ni kaku 心にかく) della poetessa si perde, in ultima istanza in una fragile e sobria fisionomia delle cose, tratteggiando un wabi 侘 mai richiuso su se stesso, anzi sorretto vigorosamente da una profondità e mistero (yūgen 幽玄) che, come sappiamo, può assumere infinite declinazioni, come lo «stare in piedi sulla spiaggia ad osservare una barca che scompare dietro alle isole all’orizzonte» (Zeami).

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