Un intervento critico a cura di Antonio Sacco
Per polisemia si intende, in semantica, la capacità di una parola di esprimere più significati contemporaneamente. Nella polisemia, i diversi significati che la parola assume sono correlati sia semanticamente sia etimologicamente: mostrano, quindi, una storia comune e un’affinità semantica. La polisemia gioca un ruolo importantissimo nell’economia linguistica, poiché si associa alla stessa parola significati diversi senza creare nuove parole: allo stesso lemma, dunque, attribuiamo significati simili a quello originario. Mentre la lingua giapponese è ricchissima di parole o espressioni polisemiche, le quali si ritrovano anche in molti componimenti, nelle poesie haiku redatte in lingua italiana tali termini, aventi più significati, sono piuttosto rari.
È di grande importanza, quando si parla di polisemia nella poetica haikai, spiegare e chiarire il ruolo della parola perno (pivot word, in inglese) o kakekotoba (da kakeru, ‘agganciare’, e kotoba, ‘parola’) in lingua giapponese. Con tale termine si indica una parola polisemica che assume due o più significati contemporaneamente. La funzione fondamentale della parola perno è di legare due immagini diverse permettendo all’impianto poetico di fluttuare da un significato all’altro senza mai limitarsi a essere solamente uno dei due. “Le immagini presentate nella kakekotoba si concentrano in uno spazio minimo, alternandosi tra i diversi significati in continuazione e consentendo al lettore di potersi spostare con la mente, e col linguaggio, da un significato all’altro allo stesso tempo” [1]. Propongo subito un esempio in uno haiku del maestro Matsuo Bashō (1644-1694) in cui è presente la kakekotoba:
bashō nowaki shite tarai ni ame wo kiku yo kana
un banano nel temporale;
il gocciolio dell’acqua nel catino
scandisce la mia notte [2]
La parola bashō è polisemica poiché può essere intesa in due modi distinti: si riferisce sia alla pianta del banano sia allo stesso poeta. Matsuo Bashō, infatti, adottò questo pseudonimo dopo che una pianta di banano gli fu donata da un suo allievo e piantata vicino alla sua capanna. Da allora la sua abitazione venne indicata come Bashō-an, ‘l’eremo di Bashō’ o ‘eremo del banano’, appunto [3].
È auspicabile che il fruitore dello scritto poetico accolga in sé e capisca entrambe le interpretazioni allo stesso tempo, lasciando che i significati degli haiku polisemici possano evolversi in cerchi concentrici: ognuno di essi è compiuto in sé ma, al contempo, concatenato all’altro: un po’ come quello che succede quando si lancia un sasso in uno stagno!
Il più delle volte le parole perno funzionano in modo tale che si interpreta in senso traslato un’espressione letterale o viceversa, ossia facendo sì che avvenga un salto semantico: da un significato denotativo si approda a un significato connotativo. Susan Stewart ha definito questa particolare circostanza come “the clash of two levels of abstraction” [4] (i.e. “lo scontro di due livelli di astrazione”). Ecco un altro esempio di haiku polisemico in cui la kakekotoba è presente stavolta al terzo ku o shimogo:
shibukaro ka shiranedo kaki no hatsu chigiri
se sarà aspro
non mi è dato sapere –
primo caco raccolto [5]
Fukuda Chiyo-ni (1703-1775)
L’espressione hatsu chigiri è polisemica. Significa, infatti, sia la prima raccolta (di cachi) dell’anno, sia lo scambio delle promesse nuziali. Quest’ultimo componimento mi dà anche l’opportunità di sottolineare come la parola perno non debba essere avulsa ed estranea all’impianto poetico e al contesto di un dato haiku. Al contrario, essa deve armonizzarsi e calarsi perfettamente nell’atmosfera del componimento per quello che riguarda le valenze semantiche cui la kakekotoba si riferisce.
Anche haijin più recenti rispetto ai nostri giorni hanno redatto poesie haiku utilizzando tale tecnica compositiva: ciò non deve stupire proprio perché, ripeto, la lingua giapponese è ricchissima di parole o espressioni polisemiche. Per esempio, il poeta giapponese del Novecento, che aderì al movimento sperimentale dello haiku a verso libero o jiyūritsu haiku, Taneda Santōka (1882-1940) ha composto i seguenti due componimenti polisemici:
asatsuyu shittori ikitai hō e yuku
vado dove
desidero bagnarmi
di rugiada mattutina [6]
Qui il termine che assume più valenze è shittori che, in giapponese, comunica la sensazione sia di inumidirsi (‘desidero bagnarmi’) sia di fare qualcosa di sobrio e rilassante [7]. In un altro componimento, sempre dello stesso autore, troviamo un ulteriore double meaning nella espressione semi shigure:
semi shigure shinibasho o sagashite iru no ka
scroscio di cicale –
state cercando un posto
per morire? [8]
Dato che la lingua nipponica è una lingua agglutinate, ossia fonde più caratteri insieme, in semi shigure troviamo racchiuso il senso del frinire delle cicale in estate, ma tale costrutto contiene la parola shigure, la quale indica anche la pioggerellina che cade tra fine autunno e inizio inverno [9].
Non bisogna, tuttavia, confondere la polisemia con l’omonimia. Due parole sono omonime quando sono uguali sia nel suono (omofonia) sia nella grafia (omografia), ma hanno significati completamente diversi. Questo vuol dire che, a differenza di quanto accade nella polisemia, i due termini hanno assunto la stessa grafia e lo stesso suono, pur continuando a indicare referenti diversi. Inoltre, i due significati omonimi non sono correlati né etimologicamente né semanticamente come invece avviene nella polisemia. Per chiarire meglio il concetto: la differenza essenziale tra omonimia e polisemia risiede nel fatto che i termini omonimi sono parole diverse, con radici completamente differenti e diversi significati. Le parole polisemiche sono, invece, parole uniche che, nell’uso comune, assumono due o più significati. In lingua italiana è raro trovare componimenti haiku con termini omonimi, ma un esempio può essere dato rifacendosi a questo haiku di Kobayashi Issa (1763-1828) e al successivo di Leonardo Lazzari e me:
yasegaeru makeru na Issa kore ni aru
piccola rana
non ti arrendere
Issa è qui per te [10]
Ebbene, nello haiku che segue i due autori summenzionati, riferendosi al componimento di Issa appena citato (ricorrendo alla tecnica letteraria dello honkadori), hanno composto a quattro mani il seguente haiku:
resiste ancora
una giovane rana –
la incoraggio: oh, Issa! [11]
Come possiamo notare “oh, Issa!” ha qui sia un valore esortativo sia di riferimento allo haiku del maestro, presentando così un chiaro esempio di omonimia assai poco utilizzato nei componimenti di lingua italiana.
Abbiamo, dunque, chiarito la differenza sussistente tra polisemia e omonimia. Vorrei segnalare un ulteriore esempio di haiku polisemico: è un gendai haiku (i.e. ‘haiku moderno’) redatto da una haijin del Novecento, Okamoto Hitomi (1928-2018):
satōmizu mazereba keburu tsukihi kana
acqua e zucchero
mescolo… e il passato
si va velando [12]
Come riporta la nota corrispettiva di tale componimento, redatta dalla Professoressa Banella: “lo haiku è abilmente costruito intorno al termine tsukihi che ha un doppio significato: a quello di «tempo» è possibile infatti accostare il senso dei singoli caratteri, ossia «luna» e «sole». In questo modo possiamo immaginare la poetessa che prepara la bevanda mentre osserva attraverso il bicchiere il sole o la luna percependoli offuscati dal liquido lattiginoso, ed è anche possibile attribuire ai versi un’ulteriore interpretazione: è il passato stesso che si confonde davanti agli occhi della persona poetica, che è presumibilmente avanti con gli anni” [13].
In sostanza, per i poeti di haiku è auspicabile, nonché altamente raccomandabile, tenere presente anche questo aspetto della poetica haikai. La kakekotoba, lungi dall’essere un mero gioco di parole, rappresenta uno strumento di grande importanza tanto per gli haijin quanto per i poeti di versi liberi poiché, come abbiamo avuto modo di mostrare, gioca un ruolo chiave nell’economia dello scritto poetico. I differenti piani di lettura e di interpretazione, ai quali si presta ogni buon componimento polisemico, impattano positivamente sulla resa evocativa e sulla suggestione indotta nel fruitore della poesia. Anche per questi motivi la polisemia può e deve entrare, a buon diritto, nel repertorio tecnico-stilistico di ogni bravo poeta di haiku (e non).
Note:
[1] A. Sacco, Nuovo manuale di scrittura haikai. Vademecum pratico per comporre poesie haiku e altre forme poetiche di origine giapponese, Nulla Die Edizioni, 2025, p. 122.
[2] E. Dal Pra (a cura di), Haiku. Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento, Mondadori, 2011, p. 67.
[3] C. Candiani, A. Ozumi (a cura di), Lo stretto sentiero del profondo nord, Einaudi, 2022, pag. IX (Introduzione).
[4] S. Stewart, Nonsense: Aspects of Intertextuality in Folklore and Literature, in http://www.autodidactproject.org/other/nonsens.html.
[5] Haiku tradotto e pubblicato da Luca Cenisi in Cinque haiku sui cachi.
[6] M. Contrini, Taneda Santōka. L’ebbrezza del sakè, La Vita Felice Edizioni, 2025, p. 37.
[7] Commento esplicitato nella nota al corrispondente haiku.
[8] Ibidem pag. 79.
[9] Commento esplicitato nella nota al corrispondente haiku.
[10] L. Marinucci, Kuki Shūzō. Sul vento che scorre. Per una filosofia dello haiku (una riflessione sul fūryū), Il Melangolo, 2012, p. 57.
[11] Antonio Sacco e Leonardo Lazzari, La rana e il poeta, pubblicato su Cinquesettecinque – Blog italiano per lo studio della poesia giapponese il 18 aprile 2016.
[12] C. Banella (a cura di), Haiku al femminile, Einaudi, 2026, p. 231.
[13] Ibidem. pag. 268.
Immagine: Watanabe Seitei, Rana e fiori di ciliegio (1890-1900)


Articolo molto interessante e altamente godibile grazie agli esempi riportati. Grazie carissimo Antonio