Per ogni onda che sale

Nota introduttiva alla raccolta Tre gelsomini profumano il mio tè di Alessandra Delle Fratte (La Ruota Edizioni, 2019).

Tre gelsomini profumano il mio tè segna l’esordio editoriale di Alessandra Delle Fratte, autrice già nota nel panorama haiku italiano e non solo, presentando al lettore una serie piuttosto ampia e variegata di opere, tutte accomunate da un approccio “sobrio e rispettoso” (come definito dalla stessa autrice) sia nei confronti di questo genere poetico – affascinante, ma decisamente complesso – sia verso l’oggetto del suo dire, ossia di quella «bellezza fragile ed effimera» (Ghidini, 2012) che permea ogni declinazione del mondo sensibile.
Pur premettendo lei stessa che «dare una definizione esaustiva dei singoli fenomeni relativi allo “haiku” e al suo legame con l’estetica giapponese è cosa non lineare», la trama poetica che si dipana in queste pagine mostra i segni di un approccio sensibile non comune, anzi chiaramente votato a un’immersione estetica sincera e priva di artefatti.
Se è vero, d’altro canto, come affermava Zanzotto, che lo haiku si palesa al mondo quale «sfarfallio di un logos […] che stabilisce il primo accenno di un reticolo da cui possono derivare tutti gli altri»(1), Delle Fratte riesce a sostanziare una lieve “apparizione d’essere” che resta sempre, invariabilmente aperta a infinite variazioni, mantenendo il perno su una figurazione consapevole ma fluida, capace di modellarsi sull’esperienza e sul vissuto di ciascun lettore senza per questo perdere di personalità.
Ne è un esempio lo scritto che segue, per certi versi vicino, per segno di empatia, alla poetica di Kobayashi Issa (1763-1828):

morsa di gelo –
piange il suo nido
un pettirosso

Altre opere, sebbene chiaramente legate ad una dimensione “classica” di genere, aderiscono pur sempre ad un sentire attuale ed originale dell’autrice, delineando in questo modo un fueki ryūkō 不易流行 (‘l’eterno e il contingente’) dai toni leggeri eppure evidenti, suggerendo una prospettiva del reale apparentemente vincolata alla radice, capace ogni volta di sorprendere per sfericità e movimento:

brezza leggera –
una donna attende
la luna nuova

In tutti gli haiku, lo stacco (kire 切れ) viene reso graficamente attraverso l’uso della lineetta (“–”) che, a seconda del contesto, riproduce una marcatura più o meno netta. Il computo sillabico segue una regola metrica e non ortografica, dando così respiro alle parole e allo scritto nel suo complesso, permettendo a quest’ultimo di espandersi e ritrarsi come un’onda di marea, libera ma pur sempre conscia della presenza di un argine a segnalare la sponda.
Il linguaggio è semplice, diretto, a tratti elementare. Delle Fratte sa, infatti, che non è tanto la parola (arbitraria e convenzionale) a farsi luce tra gli anfratti, quanto piuttosto il silenzio che essa riesce a formare intorno a sé, quel vuoto che non è negazione ma amplificazione del tutto e che può esprimere l’inesprimibile in quanto frutto dello stesso meccanismo.
Ne deriva dunque, in molti casi, uno scritto a primo acchito scarno eppure profondamente evocativo, ricco nel suo autoproclamarsi a gran silenzio povero e nel suo palesare un’emotività mai richiusa in se stessa, anzi perennemente rivolta al lettore. Un magnete che con inaudita forza porta a sé residui di realtà senza mai rivelare le sue correnti, rinvenibile appena dietro un orizzonte troppo familiare per essere riconosciuto in quanto tale:

lascio sul fiume
fluire la tristezza –
luna d’estate

In conclusione, l’opera prima di Alessandra Delle Fratte convince sotto diversi punti di vista: strutturale, ma soprattutto estetico ed immaginifico, laddove il suo canto, «individuale e nello stesso tempo impersonale» , illumina a giorno una dimensione già carica di luce propria, onde risvegliare nello spettatore un’autocritica coscienziosa e puntuale e una capacità di lasciarsi “attraversare” dalle cose del mondo che non ha né la pretesa né a volontà di trattenerne il passaggio.
Ciascun haiku va preso come un dono inatteso della natura, e come tale assaporato, vissuto e infine liberato, ma solo per ritrovarlo nuovamente lungo il cammino, sotto altra forma, sotto altro nome.

magnolia in fiore –
un usignolo canta
tra il verde e il bianco

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Note:

(1) Andrea Zanzotto, in I. Iarocci (a cura di), Cento haiku, Guanda, 1987, p. 12

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