Una fragile assenza

Commento critico allo haiku di Vincenzo Adamo, pubblicato sulla pagina Facebook del Gruppo di studio sullo haiku il 20 luglio 2018.

alte sterpaglie
un canto di cicala
s’aggrappa al vento

Questo haiku di Vincenzo Adamo colpisce per l’evocatività della scena rappresentata e per quel senso di fragilità (shiori しをり), levità (karumi 軽み) e silenziosa malinconia (wabi 侘) che emerge già ad una prima, rapida lettura.
Le due immagini che compongono lo scritto (le alte sterpaglie, da un lato, e il verso della cicala trasportato dal vento, dall’altro), sebbene mostrino un chiaro segno di reciproca dipendenza – laddove, in particolare, il rigo d’esordio specifica il locus dell’azione poetica, o meglio l’origine dei due versi successivi – aprono invero ad un interessante contrasto “fisico”, contrapponendo un senso di staticità e densità quasi claustrofobica (appunto, le sterpaglie che, incolte, coprono la visuale dello spettatore a causa della loro crescita incontrollata) ad un principio di movimento, di libertà ed impermanenza (il vento che passa attraverso ogni minima fessura, nei campi).
Seguendo questa linea interpretativa non è dunque difficile richiamare alla mente uno dei più noti haiku di Matsuo Bashō (1644-1694):

閑さや岩にしみ入蝉の声
shizukasa ya iwa ni shimiiru semi no koe

silenzio:
affonda nelle rocce
il canto di cicale

Sebbene la direzione dello sviluppo poetico sia di segno praticamente opposto – il canto delle cicale di Adamo si lega al vento seguendo un movimento centrifugo verso l’alto (di elevazione, reale e allo stesso tempo simbolica), quello di Bashō tende invece ad incastonarsi in modo centripeto verso il basso, verso la terra – abbiamo comunque, in entrambi i casi, una contrapposizione netta tra un forma di staticità (le sterpaglie e le pietre) e uno slancio di resistenza alla stessa, un principio di vitalità dato dal canto delle cicale (in giapponese semi 蝉, kigo estivo) reso ancor più chiaro dalla forma riflessiva del verbo “aggrappare” (a-grappa, ossia “ancorarsi a qualora”, segno tangibile di uno sforzo attivo e non di un’inerte assecondare).
Lo stacco (kire 切れ) a cavallo dei vv. 1-2 viene reso senza il ricorso ad alcun espediente segnico, ma ciò non toglie vigore al suo ruolo; all’opposto, ritengo che, nel caso di specie, proprio l’assenza di qualsivoglia segno d’interpunzione enfatizzi, all’atto della lettura, il “salto” tra i due momenti e il senso di ammirazione poetica (eitan 詠嘆) che ne consegue.
A livello fonetico, Adamo rende lo “spessore” (futoi 太い) e l’immobilità dell’immagine iniziale attraverso l’utilizzo della consonante “t” (sorda e dura, segno di pesantezza e staticità), producendo un cambio di direzione improvviso in apertura del terzo rigo, quando la “s” e la “a” di “s’aggrappa” propongono un’accelerazione e un’apertura inaspettate che, pur se ancorate al contesto poetico dalla durezza delle successive consonanti (in particolare, la “g” e la “t”), mantiene quello slancio verso l’alto cui abbiamo fatto cenno in precedenza.
Splendido in particolare, a mio giudizio, il ku 句 finale, che rinsalda nel lettore una partecipazione emotiva (kokoro ni kaku 心にかく) al quotidiano, qui rappresentato dalla cicala, un piccolo e comunissimo insetto capace tuttavia di far udire il suo canto a distanza, da sempre simbolo della fragilità umana (si legga l’etimologia del termine utsusemi 空蝉) e d’impermanenza, ma allo stesso tempo di bellezza e coraggio di fronte alle avversità della vita. Il vento porta con sé un’eco che non vuole essere dimenticata; spetta al lettore decidere se farla sua o lasciare che gli scivoli tra le dita, disperdendosi in cielo come non fosse mai esistita.

Immagine: Kōno Bairei, Cicala, XIX secolo (part.)

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