Lettura di uno haiku di Nazarena Rampini, pubblicato all’interno del Gruppo di Studio sullo Haiku il 1° agosto 2024.
fiore di cactus –
dopo un lungo tempo
il perdono
Uno haiku che coniuga, con garbo e profondità, elementi appartenenti alla sfera naturalistica ed eventi/emozioni umane appartenenti al vissuto della haijin, suggerendo al lettore una partecipazione emotiva (kokoro ni kaku 心にかく) limpida ed originale.
Il cactus (di per sé simbolo di resistenza e resilienza) è una pianta ornamentale che ama la luce intensa; fiorisce, generalmente, in primavera/estate, sebbene esistano varietà che germogliano durante la stagione fredda. Uno dei caratteri peculiari di tale pianta, oltre alla presenza delle spine e, dunque, di un elemento capace di “ferire” (qui il rimando allo shimogo 下五 è estremamente vivido), è la breve durata dei suoi fiori (spesso pochi giorni o, addirittura, poche ore), che attendono ad espressioni di fragilità del tutto assonanti ai canoni estetici dello shioriしをり. Proprio tale brevità si pone in contrapposizione all’estensione temporale delle vicende recate dal ku 句 finale, che menziona un perdono giunto “dopo un lungo tempo”; le trasformazioni naturalistiche paiono, dunque, seguire intervalli di sviluppo diversi rispetto a quelli propri delle relazioni umane, posto che queste ultime sono non di rado permeate da elementi soggettivi come rabbia, dolore o rancore.
Tuttavia, esiste un’altra possibile lettura dello scritto, legata ad una seconda peculiarità del cactus: il suo germogliare, infatti, può avvenire anche a distanza di molti anni, ossia quando la pianta ha raggiunto la piena maturità riproduttiva. Tale processo può richiedere un tempo estremamente variabile, che spazia da cinque-dieci anni sino ad oltre i venti per gli esemplari più grandi. Il ciclo di fioritura in questo haiku può dunque sostanziare un’attesa compatibile con il tempo del perdono (ossia del “dischiudersi” di un nuovo capitolo relazionale) del distico conclusivo, di cui non conosciamo l’esatta estensione ma ne intuiamo l’ampio protrarsi.
A livello sonoro, la consonante secca ‘c’ di cui al rigo d’esordio (segno di un’iniziale chiusura o esitazione) pare entrare in contrasto con un senso di apertura e morbidezza dato dall’allitterazione del suono ‘o’ dei versi successivi, nonché dalla sensazione di “prolungamento” di cui alla vocale ‘u’; incastonata in questo costrutto fonetico, emerge poi la ‘r’, dura e secca, che pare rimarcare la fermezza con cui è stata presa la decisione di condono da parte dell’autrice. Tale fermezza viene, inoltre, enfatizzata dalla stessa ipometria del rigo conclusivo, che conta sole quattro sillabe. La ji tarazu 字足らず (‘assenza di carattere’), che qui non altera il netto qualitativo dello scritto, pare più il frutto di una naturale auto-formazione lessicale che una voluta scelta stilistica; pure, tale struttura (tsuzukegara 続けがら) contribuisce a rimarcare i contorni di una figura poetica autodeterminante estremamente efficace anche in difetto fonetico.
La lineetta (‘–’) impiegata come kireji 切れ字 a cavallo dei vv. 1-2, pare quasi riprodurre l’aspetto e l’acutezza degli aghi di cactus, rinforzandone la portata “offensiva” quasi fosse un corpo estraneo rimasto nella carne, la cui rimozione ha alfine condotto ad un mutamento dei sentimenti della protagonista, giustificando il cambio di direzione in favore del perdono (yurushi 許し).
A livello estetico, infine, si ravvisano nitidamente le direttrici dello hosomi 細身, del sabi 寂 e del kōko 考古, rinforzate, sia reciprocamente che individualmente, da un dettato poetico semplice e privo di sovrastrutture (kanso 簡素).
Foto: Saliha Nur Söğütlü, Cactus in fiore (Pexels)

