L’intima connessione delle cose

Riflessioni sul libro Aware. Storia semantica di un termine nella poesia giapponese classica di Chiara Ghidini, M. D’Auria Editore, 2012, pp. 120, Euro 18,00.

In questo breve ma lucido saggio, Chiara Ghidini, docente in Lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, nonché autrice dello studio intitolato Aware nel Kokinwakashū: Traduzione poetica e poetica della traduzione del 1995, scandaglia con rigore accademico ma, al contempo, con un linguaggio equilibrato e lineare, l’etimologia e la storia semantica di uno dei termini più ricorrenti nell’estetica letteraria giapponese, ossia aware 哀れ.
La disamina trova, invero, uno specifico approfondimento solo a partire dalla seconda sezione del libro (pp. 41-95), poiché nella prima la Ghidini rimarca (a mio avviso, doverosamente) una premessa esegetica essenziale, ossia la necessità di adottare un approccio alla traduzione di un qualsivoglia testo (specie poetico) in lingua straniera quanto più possibile fedele non solo alla lettera, ma anche allo spirito di quest’ultima: «essere fedeli alla poesia significa percepirne l’essenziale, o ciò che la rende tale, riconoscere nell’atto del tradurre l’instaurarsi di un rapporto tra lingua e lingua, ma anche tra testo e testo, tra visioni del mondo compatibili se pur differenti
A riconferma di quanto asserito, l’autrice menziona l’illustre opera teoretica di Georges Bonneau (1897-1972), noto traduttore e Direttore dell’Istituto franco-giapponese di Kyoto, proponendo anche al pubblico italiano una serie di regole o raccomandazioni in materia, utili in particolare per affrontare con maggior contezza opere imponenti e complesse come il Kokin wakashū 古今和歌集, nucleo centrale della trattazione in esame.
Gettate le basi per un approccio al testo quanto più sincero e credibile, la Ghidini entra dunque nel vivo dello studio: prendendo le mosse dalla visione di Motoori Norinaga (1730-1801) secondo cui «l’essenza stessa della “via” della poesia giapponese (uta no michi 歌の道) […] sarebbe riconducibile al termine [aware]», ossia alla forma tangibile di quella reazione, profonda e decisamente umana, agli accadimenti del mondo, ella recupera con chirurgica perizia le occorrenze di questo termine nelle principali fonti letterarie nipponiche, a partire dal Kojiki 古事記 e sino al summenzionato Kokinshū.
Scopriamo, così, che in quasi tutte le attestazioni antecedenti a quest’ultima raccolta aware viene adoperato come interiezione (kandōshi 感動詞) e che, a seconda della collocazione e del contesto lirico in cui essa è presente, assume diverse connotazioni semantiche, che spaziano dal compatimento alla commozione, sino alla rappresentazione di movimenti carichi di malinconia o, all’opposto, di gioia e pienezza vitale.
Solo con la pubblicazione della prima delle ventuno antologie imperiali (nijūichidaishū 二十一代集) assistiamo ad un mutamento finanche grammaticale di aware, che da interiezione diviene un sostantivo (meishi 名詞) in grado di rendere letteralmente l’atto stesso dell’esternare il proprio stupore o meraviglia; meraviglia che, legandosi alle “cose del mondo” (mono 物), specie naturali, resta tuttavia una reazione individuale dal segno contrastato, laddove alla fascinazione del momento fa inesorabilmente da contrappeso la consapevolezza della fragilità e della transitorietà del tutto.
La Ghidini traduce dunque, intelligentemente, l’espressione mono no aware 物の哀れ (frequentissima anche nelle trattazioni sullo haiku) come quella capacità del poeta-spettatore di “lasciarsi attraversare dalle cose del mondo”, senza opporre alcuna resistenza e, allo stesso tempo, senza imporre a queste una direzione (seppur volitiva) particolare, assecondandone la natura con un trasporto emotivo che non resta mai neutro, ma che anzi spazia con generoso scarto da sentimenti di amorevolezza e compassione (airen 哀憐) a profonda e insanabile tristezza.
Legato ad un contesto poetico qual è quello proprio della poetica haiku, aware viene peraltro quasi sempre ritenuto un canone estetico volto a valorizzare le suggestioni prodotte dai piccoli accadimenti quotidiani, dalle cose apparentemente scontate sulle quali poniamo sempre più raramente la nostra attenzione. L’autrice fornisce l’ennesima, necessaria precisazione in merito a tale ricostruzione – cara in specie a Shin’ichi Hisamatsu (1889-1980) – ricordandoci che «aware è associato a temi non marginali del mondo cortese del decimo secolo, quali l’amore, la natura, il tempo che scorre inesorabile, l’ammirazione per l’imperatore», pur riallineando il pensiero critico alla visione estetica di Norinaga già vista in precedenza, che proprio nell’aware ha visto la più alta ed incontrovertibile identificazione di emozioni umane con la Via.
Il saggio è dunque un prezioso supporto per chi volesse approfondire la semantica e la storia letteraria di un termine forse troppo spesso abusato nelle trattazioni contemporanee, specie relative allo haiku, ed ancor più prezioso se accompagnato da un attento studio della poesia giapponese classica (waka 和歌) da cui lo haiku stesso ha avuto origine, onde metabolizzare un approccio testuale serio e ragionevole, a mio avviso indispensabile se s’intende contribuire alla diffusione di questo genere poetico in Italia.

Di seguito, riporto due waka tratte dal Kokin wakashū (tradotte da Ikuko Sagiyama¹) in cui compare aware:

色よりもかこそあはれとおもほゆれたが袖ふれしやどの梅ぞも
iro yori mo/ ka koso aware to/ omōyure/ ta ga sode fureshi/ yado no ume zo mo

Più del colore
la fragranza fa vibrare
il mio animo.
Di chi sono le profumate maniche
che hanno sfiorato il susino di questa casa?

Anonimo

我のみやあはれとおもはむきりぎりすなくゆふかげのやまとなでしこ
ware nomi ya/ aware to omowamu/ kirigirisu/ naku yūkage no/ yamato nadeshiko

Son solo io
a provare tenerezza,
nella luce del crepuscolo
ove canta il grillo,
pel grazioso garofano selvatico?

Sosei

Note:
¹ I. Sagiyama, a cura di, Kokin Waka shū. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne, Edizioni Ariele, 2000.

Una risposta a “L’intima connessione delle cose”

  1. Tutto passa in questo mondo. Resta solo la consapevolezza che niente sarà mai come prima e quel sentimento così vivo e struggente di aver perduto qualcosa di prezioso e vitale , all’apparenza insignificante. L’analisi dell’amico Luca Cenisi , sempre minuziosa e documentata, risparmia a me che non posso avere documenti di prima mano, una ricerca importante sulla parola forse più emblematica per comprendere l’essenza della spiritualità orientale, e indirettamente della poesia universale che si nutre degli stessi temi, molto spesso usata in modo improprio e approssimativo. Grazie.

Rispondi a Francesco Palladino Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.