Lettura di uno haiku di Mauro Battini, pubblicato all’interno del Gruppo di Studio sullo Haiku il 19 marzo 2026.
l’aria che attraversa
il flauto del bambino –
i primi fiori
Uno haiku che lega, armonizzandole tra loro, immagini appartenenti alla sfera umana e naturalistica mediante impiego di un registro espressivo semplice e diretto (kanso 簡素). Il riferimento stagionale proposto nel rigo finale colloca gli eventi in una finestra temporale che copre la fine dell’inverno e l’arrivo dei primi tepori primaverili, lasciando al lettore un certo margine interpretativo e ricostruttivo. La fragilità (seijakusei 脆弱性) dei germogli lega inesorabilmente questi ultimi alla tenera età del protagonista del kamigo 上五, del quale tuttavia ignoriamo il peso contributivo alla vicenda. L’aria che attraversa il flauto appartiene, infatti, proprio al bambino che si sta esercitando o ad un’ipotetica folata di vento che, per gioco del destino, ha prodotto un sibilo od una nota nel suo passare attraverso il becco e il corpo dello strumento? Indipendentemente dalla risposta al quesito, permane la fascinazione nel ricorso ad un’immagine – quella appunto del flauto – che appartiene all’infanzia di ogni lettore, riportando alla mente di quest’ultimo le ore di educazione musicale svoltesi tra i banchi di scuola. Leggi tutto “Sui germogli, una nuova melodia”


Un componimento dalle dinamiche semplici ma decisamente non scontate, sorretto da un’impostazione metrica di tipo classico (17 sillabe ortografiche, disposte secondo lo schema 5-7-5). Lo stacco a cavallo dei vv. 2-3 rivela un nesso causale comprensibile solo a posteriori, contribuendo a caricare di significato e suggestioni il distico d’apertura. La rappresentazione segnica del suddetto stacco è il trattino semplice (-), legato alla parola ‘ombra’ quasi fosse un accenno di riverbero destinato a svanire con la parola o, meglio, una residua estensione dell’ombra stessa; la sua semantica s’iscrive entro il tracciato di un contesto armonizzante (torihayashi とりはやし) garbato e, tuttavia, pervicace, dando compiutezza alle quattro qualità fondamentali del kire 切れ così come teorizzate da Ryōsuke Ōhashi (la formazione dell’assenza di forma, la temporalità, il sentimento e la leggerezza priva di scopo).
Com’è noto, il ‘taglio’ (kire 切れ) presente all’interno di uno haiku consiste in «una cesura semantica e/o ritmico-grammaticale o una sospensione del discorso poetico atta a spezzare il flusso di pensiero del lettore e stimolarlo a ricercare il collegamento tra le due parti dell’opera così divise»(1). Tale cesura viene formalizzata, in Giappone, mediante ricorso ai c.d. kireji 切れ字 (‘caratteri che tagliano’), ossia fonemi(2) rientranti nel conteggio “sillabico” complessivo che svolgono al contempo una funzione semantica e grammaticale (appunto, lo stacco) e una stilistico-poetica propriamente detta, giacché capace di provocare nel lettore una risposta emotiva di ammirazione (eitan 詠嘆) ed un riverbero di suggestioni e sentimenti (yoin 余韻) particolarmente efficace.
In questo breve scritto vorrei porre attenzione su di un particolare aspetto del kireji (切れ字, letteralmente “carattere che taglia”) ossia una parola, intraducibile, che indica uno stacco (kire, 切れ), un intervallo (ma, 間) e che nella lingua giapponese viene reso appunto attraverso particolari categorie di parole (chiamate “cenemi”, che nella linguistica contemporanea sono rappresentati da elementi privi di un significato intrinseco) non direttamente traducibili in italiano, come ya や, kana かな e keri けり. Lo stacco è reso in italiano attraverso l’uso dei segni interpuntivi (trattino, due punti, virgola, ecc.) che dividono il componimento in due emistichi e rendono più visibile la toriawase, il collegamento tra due immagini diverse in uno stesso componimento haiku.
Principio determinante nella comprensione dell’arte giapponese in generale e, dunque, dello haiku 俳句 è quello dello “spazio” o ma 間. Esso identifica, più in particolare, quell’intervallo che, pur separando due elementi, in qualche modo li unisce, essendo indissolubilmente legato ad entrambi. Così, ad esempio, nell’esperienza poetica dello haiku, l’individuo-poeta (lo haijin 俳人) e la realtà circostante sono entità apparentemente distinte, ma che si riducono, in ultima istanza, ad unità nell’inespresso, in quella bellezza naturale che può essere colta solo attraverso l’interazione stessa tra uomo e natura e che trova il proprio fondamento estetico nell’intuizione e nel suggerito. Scrive, in merito, Richard Gilbert: